Infortunio mortale: condannato un RSPP

La Corte di Cassazione torna sul ruolo di garanzia del RSPP: pur in assenza di una previsione normativa di sanzioni penali a suo specifico carico, può essere ritenuto responsabile, in concorso con il datore di lavoro o anche a titolo esclusivo, del verificarsi di un infortunio.


Il caso riguarda l’infortunio mortale di un operaio, rimasto schiacciato all’interno di un impianto di betonaggio, mentre stava eseguendo operazioni di manutenzione (consistenti nell’ingrassaggio delle pale) a causa del riavvio dell’impianto da parte di un collega, inconsapevole dell’intervento in corso. Dalle indagini svolte era emerso che il documento di valutazione dei rischi non contemplava affatto l’operazione quotidiana di ingrassaggio delle pale e, quindi, nulla specificava come tale intervento dovesse essere realizzato, né con quali dotazioni di protezione individuale, né con quali norme di sicurezza rispetto all’accensione dell’impianto. Conseguentemente il datore di lavoro, il direttore dello stabilimento e il responsabile del servizio di prevenzione e protezione erano stati condannati per omicidio colposo sia in primo grado che in appello.

Il responsabile del servizio di prevenzione e protezione ricorreva per Cassazione denunciando, fra l’altro, l’erronea applicazione degli artt. 17, 28 e 29 del Dlgs 81/08, relativi alla valutazione dei rischi lavorativi, e sottolineando in particolare la presenza, nel manuale di sicurezza da lui redatto, di un rimando alle procedure del manuale del sistema di qualità, nel quale erano contenute indicazioni e prescrizioni su come dovesse essere svolta l’attività di manutenzione dell’impianto.

La Cassazione Penale, Sezione IV, con Sentenza n. 34311 del 20 luglio 2018, ribadiva invece la condanna del professionista, precisando che “il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, pur in assenza di una previsione normativa di sanzioni penali a suo specifico carico, può essere ritenuto responsabile, in concorso con il datore di lavoro o anche a titolo esclusivo, del verificarsi di un infortunio, ogni qual volta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa, che egli avrebbe avuto l’obbligo di conoscere e segnalare, dovendosi presumere che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l’adozione, da parte del datore di lavoro, delle iniziative idonee a neutralizzare tale situazione”.

Nel caso specifico, l’argomento difensivo del professionista “comprova che l’imputato era pienamente consapevole del fatto che l’operazione di lubrificazione andava svolta quotidianamente e che, ciò nonostante, nel DVR e nei suoi aggiornamenti erano stati totalmente pretermessi i profili di rischio connessi allo svolgimento di tale attività, da sottoporre al datore di lavoro. Quanto al richiamo alle schede di qualità compilate dal preposto, è stato acclarato […] che queste avevano una diversa finalità, essendo volte a controllare la bontà del prodotto da consegnare all’acquirente all’esito della lavorazione, ma non attenevano ai sistemi di sicurezza dell’impianto né al loro periodico controllo. Il richiamo in ricorso all’auspicio di una integrazione tra sistema di sicurezza e sistema di qualità, di cui alla norma ISO 9001, non può portare certo all’accoglimento della tesi difensiva, dovendosi escludere che la detta raccomandazione possa superare il contenuto del DVR normativamente previsto dal d.lgs. n. 81/2008 e supplire alle carenze oggettive del caso di specie”.

Scoppia uno pneumatico, è colpa del datore di lavoro

In caso di incidente sul lavoro, causato dalla rottura di uno pneumatico dell’auto aziendale, l’INAIL può esercitare azione di regresso nei confronti del datore di lavoro, colpevole di non aver controllato che il gommista eseguisse il lavoro nel pieno rispetto delle norme UNI di settore.


Il caso riguarda un lavoratore infortunatosi a causa della rottura di uno pneumatico tubeless dell’auto aziendale, pneumatico che era stato sottoposto, cinque mesi prima, a sostituzione da parte di un’officina specializzata.

Le norme UNI prevedono, per la manutenzione degli pneumatici tubeless, che la sostituzione delle valvole avvenga contestualmente alla sostituzione dello pneumatico: nel caso in questione il gommista non aveva sostituito le valvole passaggio, fatto che era stato all’origine della rottura dello pneumatico e dell’incidente del lavoratore. Secondo il Tribunale e la Corte d’Appello il datore di lavoro, dato anche l’uso aziendale del veicolo, non avrebbe potuto esimersi dal controllare il lavoro eseguito dal gommista da lui incaricato.

Il datore di lavoro, però, ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza con cui era stata accolta la domanda di regresso dell’INAIL, per l’infortunio occorso al lavoratore, sostenendo che l’incarico di sostituzione degli pneumatici ad un’impresa specializzata fosse, già di per sé, sufficiente ad esimere il datore di lavoro da responsabilità, risultando incongruo pretendere che un imprenditore possa conoscere le norme UNI relative agli pneumatici, anche tenuto conto che non è neppure visivamente percepibile, dopo la sostituzione degli pneumatici, una valvola nuova rispetto ad una vecchia.

La Cassazione Civile, Sezione Lavoro, con Sentenza n. 19513 del 23 luglio 2018, ha invece affermato che il datore di lavoro non può addurre a propria discolpa l’ignoranza in merito alla necessità che al momento del cambio dello pneumatico tubeless dovessero essere cambiate anche le valvole, poiché, ai sensi dell’art. 2087 c.c., lo stesso datore di lavoro deve “provare l’adozione di comportamenti specifici che siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standards di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe”.

Inoltre, per adempiere a tale obbligo, non sarebbe sufficiente affidare l’incarico di sostituzione degli pneumatici a un’officina specializzata; il datore infatti avrebbe dovuto “dimostrare non solo di avere richiesto all’officina incaricata la sostituzione delle valvole unitamente ai pneumatici […] ma anche di avere controllato che entrambe le sostituzioni fossero stata effettivamente eseguite”. Sulla base di tali principi la Cassazione Civile ha confermato la sentenza con cui era stata accolta la domanda di regresso dell’INAIL nei confronti del datore di lavoro.

Avvelenamento di acque e sostanze alimentari: secondo la Cassazione non vale il principio di precauzione

Per contestare il reato di avvelenamento colposo di acque o di sostanze alimentari non è sufficiente il superamento di limiti di carattere precauzionale: è necessario che venga accertata la presenza di una dose di sostanza contaminante in grado di provocare concretamente effetti avversi per la salute.


Il Tribunale di Vercelli ha condannato per avvelenamento colposo di acque o di sostanze alimentari (artt. 439 e 452 c.p.) l’amministratore delegato e il delegato in materia di sicurezza ed ecologia di una fonderia di rottami di alluminio, per avere avvelenato la falda idrica e le sostanze alimentari utilizzando trucioli di alluminio contaminati da diossina, con conseguente emissione di polveri all’interno dello stabilimento e trasmissione degli inquinanti alla falda idrica.

La Corte di Appello di Torino ha invece successivamente assolto gli imputati, in quanto l’inquinamento in questione sarebbe stato riferibile a quantitativi di diossine e policlorobifenili cui non sono scientificamente associabili effetti avversi per la salute. Le parti civili hanno quindi proposto ricorso per cassazione osservando, fra l’altro, che il reato di avvelenamento è configurabile in tutti i casi in cui l’avvelenamento abbia la semplice potenzialità di nuocere alla salute, in applicazione del principio di precauzione.

La Quarta Sezione della Corte di Cassazione Penale, con sentenza 6 giugno 2018, n. 25547, ha affermato che “ai fini della configurabilità del delitto di avvelenamento di acque o di sostanze alimentari non è sufficiente […] l’esistenza di rilevamenti attestanti il superamento dei determinati livelli di contaminazione, trattandosi di indicazioni di carattere meramente precauzionale, il cui superamento non è sufficiente ad integrare nemmeno la fattispecie prevista dall’art. 257 D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, la quale sanziona condotte di “inquinamento”, ossia causative di un evento che costituisce evidentemente un “minus” rispetto all’ipotesi di “avvelenamento”. Ciò in quanto, per la configurabilità del reato di avvelenamento di acque o sostanze destinate all’alimentazione, pur potendosi ritenere giustificato l’orientamento secondo cui che il reato è di pericolo presunto, è tuttavia necessario che un “avvelenamento”, vi sia comunque stato. […] L’avvelenamento deve riferirsi a condotte che, per la qualità e la quantità dell’inquinante, siano pericolose per la salute pubblica […] E, a tale riguardo, si è precisato che non è corretto il riferimento a schemi presuntivi; né il mero superamento di “limiti – soglia”, di valenza precauzionale, che costituiscono una prudenziale indicazione sulla quantità di sostanza, presente in alimenti, che l’uomo può assumere senza rischio, quotidianamente e sul lungo periodo. Detta pericolosità deve dunque potersi ritenere scientificamente accertata, nel senso che deve essere riferita a “dose di sostanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti avversi per la salute”.

La Corte di cassazione ha poi osservato che, contrariamente a tale indirizzo, il Tribunale di Vercelli “aveva considerato che le tesi dei consulenti tecnici della difesa, basate sui fattori di sicurezza costituiti dalla stagionalità degli ortaggi e dalle attività di pelatura e lavaggio che precedono il consumo umano, non potevano essere condivise, tenuto conto degli accertati superamenti delle soglie di rischio previste con riguardo ai consumatori assidui”, mentre d’altro canto la Corte d’Appello aveva “apoditticamente privilegiato le teorie sostenute dai consulenti delle difese, senza sviluppare il ragionamento critico/comparativo, imposto dalla natura dei temi tecnici all’esame”. La Corte di Cassazione ha quindi annullato la sentenza con rinvio al giudice competente per una nuova valutazione.

Mancata formazione dei lavoratori in caso di subappalto: la responsabilità è solo della ditta subappaltatrice

La Cassazione Penale conferma: il subappaltante non è obbligato a controllare la corretta formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro dei lavoratori dipendenti della ditta subappaltatrice.


Il caso riguarda un infortunio sul lavoro avvenuto durante lo svolgimento di attività di demolizione date in subappalto: nel corso del processo di merito era stato appurato che il lavoratore infortunato non era stato adeguatamente formato e aveva deliberatamente disatteso le modalità operative recepite nel piano di demolizione predisposto dal subappaltante F.B., che prevedevano l’abbattimento del muro dall’alto verso il basso, mentre il lavoratore aveva sferrato colpi di mazza verso la base del muro.

Secondo i Giudici di merito la formazione del lavoratore era un compito specifico del datore di lavoro della ditta subappaltatrice, che il datore di lavoro dell’impresa subappaltante non aveva l’obbligo di controllare, e conseguentemente quest’ultimo era stato prosciolto.

L’operaio infortunato ha quindi proposto ricorso per Cassazione chiedendo la condanna del datore di lavoro dell’impresa subappaltante, ma la quarta sezione della Cassazione Penale, con Sentenza n. 18660 del 30 aprile 2018 la, Sez. 4, ha affermato che “la sfera di controllo del subappaltante-committente non può estendersi fino alla sostituzione del subappaltatore-datore di lavoro nell’attività di formazione-informazione dei dipendenti di quest’ultimo […], rilevando la non esigibilità di un controllo pressante, continuo e capillare del F.B. sull’organizzazione e l’andamento dei lavori, fino al punto di verificare in proprio la professionalità e la competenza in materia di sicurezza di ciascun dipendente della ditta subappaltatrice”.

Modelli di organizzazione e gestione: la Cassazione fissa i paletti per garantire la non responsabilità dell’ente

In caso di omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro la responsabilità dell’ente ai sensi del Dlgs 231/00 è esclusa solo dall’adozione di idonei modelli di organizzazione e gestione, controllati da un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo.


Il dipendente di un’impresa edile è morto, precipitando da un’altezza di dodici metri, a seguito dello sfondamento di una lastra di vetroresina, posta sul tetto di un capannone ove era impegnato a effettuare la manutenzione delle grondaie. Sia in primo grado che in appello, al titolare dell’impresa veniva attribuita la responsabilità del decesso dell’operaio per palese violazione delle norme antinfortunistiche, e l’impresa veniva condannata al pagamento della sanzione pecuniaria di 258.230,00 euro a seguito dell’applicazione dell’art. 25 septies del Dlgs 231/00 (Omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro), contestando alla stessa che l’omicidio colposo fosse stato commesso nell’interesse dell’azienda.

L’impresa è ricorsa in Cassazione negando che l’omicidio colposo fosse avvenuto nell’interesse dell’azienda, in quanto nessun interesse poteva esserle attribuito in relazione alla tragica morte del suo dipendente.

La Quarta Sezione della cassazione Pensale, con Sentenza n. 16713 del 16 aprile 2018 ha invece confermato la condanna dell’azienda, ricordando l’orientamento giurisprudenziale delle Sezioni Unite, sul problema della compatibilità logica tra la non volontà dell’evento, che caratterizza gli illeciti colposi, ed il finalismo che è sotteso all’idea di interesse: “è ben possibile che l’agente violi consapevolmente la cautela, o addirittura preveda l’evento che ne può derivare, pur senza volerlo, per corrispondere ad istanze funzionali a strategie dell’ente”.

Le “strategie dell’ente” di cui qui si tratta sono, di norma, legate al risparmio di risorse economiche, conseguente alla mancata predisposizione dei presidi di sicurezza, oppure all’incremento economico conseguente all’aumento della produttività, non ostacolata dal corretto rispetto della normativa prevenzionale.

Nel caso specifico, aggiunge la Cassazione, la società, per non essere condannata alla sanzione pecuniaria, “avrebbe dovuto provare, a norma dell’art. 6  del Dlgs 231/00, che: a) erano stati adottati ed efficacemente attuati, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi; b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e di curare il loro aggiornamento era stato affidato ad un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo; c) non vi era stata omessa insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b”.

In altri termini, la responsabilità dell’ente per i reati di omicidio colposo o lesioni colpose commesse da suoi organi apicali con violazione della normativa in materia di sicurezza o igiene del lavoro può essere esclusa soltanto dimostrando sia l’adozione e l’efficace attuazione di modelli organizzativi ai sensi dell’art. 30 del Dlgs 81/08, che l’attribuzione ad un organismo autonomo del potere di vigilanza sul funzionamento, l’aggiornamento e l’osservanza dei modelli adottati.

Non punibilità per “particolare tenuità del fatto” in ambito infortunistico: la Cassazione ribadisce i criteri

L’omissione di minimo rilievo delle misure di sicurezza, che non ha messo a repentaglio l’incolumità dei lavoratori, va comunque sanzionata penalmente: è esclusa secondo la Corte di Cassazione la non punibilità per particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis c.p..


Il datore di lavoro di un’impresa individuale di Asti è stato sanzionato in sede amministrativa per non aver adeguatamente dimensionato il ponteggio montato per effettuare lavori sul tetto su un edificio a due piani, con conseguente violazione dell’art. 111, comma 1, lett. b) del Dlgs 81/08.

Non avendo pagato la sanzione amministrativa prevista entro il termine di trenta giorni è stato rinviato a giudizio, ma il Tribunale di Asti lo ha assolto per la particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis c.p., poiché “la condotta non era connotata da particolare pericolosità o riprovevolezza, […] le modalità dell’azione potevano essere definite ingenue e basilari, al limite del grossolano, certamente non di elevato potenziale offensivo e sicuramente tenui; si era trattato di un’omissione di minimo rilievo, dovuta a verosimile leggerezza ed insuscettibile di arrecare un concreto pregiudizio alla collettività”.

Il Pubblico ministero ha impugnato in Cassazione la sentenza di assoluzione, ritenendo irrilevanti le sue motivazioni, e la terza sezione della Cassazione penale, con la Sentenza n. 8854 del 23/02/2018, ha disposto l’annullamento della sentenza di primo grado con rinvio alla Corte d’appello.

Infatti, spiegano i Giudici della Cassazione, il Giudice di primo grado “ha ritenuto di applicare l’art. 131-bis c.p. sulla base di una serie di considerazioni inappropriate, dimenticando, quanto all’elemento psicologico, che si tratta di una contravvenzione in cui va valutata la colpa e non il dolo e, quanto all’elemento oggettivo, che si tratta di un reato di pericolo presunto o astratto, per la cui consumazione non rileva che si sia verificato l’evento lesivo o sia messa a repentaglio l’incolumità dei lavoratori, perché ai fini della tenuità è necessario esprimere una valutazione ex ante del pericolo”. Tale valutazione ex ante del pericolo, necessaria per valutare la sussistenza o meno della causa di non punibilità derivante dalla particolare tenuità del fatto, avrebbe dovuto essere effettuata dal Giudice di primo grado basandosi su fatti concreti, e quindi ad esempio accertando che il rischio della caduta dall’alto fosse bassissimo, che la parte di ponteggio non montato fosse esigua, che i lavori senza ponteggio fossero durati pochissimo, e così via. In assenza di accertamenti di tale natura, quindi, secondo la Corte di Cassazione, è impossibile assolvere per particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis c.p. soggetti imputati per la violazione di norme antinfortunistiche.

Gastrite cronica da troppo lavoro: il danno biologico è risarcibile

Se le carenze di organico obbligano un dipendente a continue lunghe trasferte, e questi si ammala di gastrite cronica, il datore di lavoro deve risarcire il danno biologico. Lo dice la Corte di Cassazione.


Un dipendente del Ministero dei Trasporti doveva svolgere continue trasferte, di almeno tre giorni a settimana, presso aziende situate su tutto il territorio nazionale, anche lontane dalla sede di lavoro, con obbligo di rientro in ufficio almeno due volte a settimana, il che comportava spesso la necessità di effettuare lunghi viaggi e di dormire e consumare i pasti fuori casa. Scopertosi afflitto da gastrite cronica, il dipendente aveva dapprima ottenuto l’equo indennizzo per causa di servizio, e, successivamente, chiesto anche il risarcimento del danno biologico ai sensi dell’art. 2087 c.c., poiché, a suo dire, il Ministero non avrebbe adottato le misure necessarie a tutelare la sua integrità fisica.

Inizialmente il Tribunale di Milano aveva condannato il Ministero dei Trasporti a risarcire il danno biologico ma, successivamente, la Corte di Appello di Milano aveva ribaltato la decisione, negando il diritto a tale risarcimento per il lavoratore, in quanto le modalità della sua prestazione lavorativa trovavano causa nelle “condizioni obiettive in cui si trovava l’ufficio, in carenza di adeguato personale, come per la quasi totalità di alcuni uffici pubblici, per i quali la determinazione ed il conseguente adeguamento dell’organico necessario non sono di facile realizzazione come nel settore privato”.

La Corte d’Appello riteneva, infatti, che questa peculiarità organizzativa, propria del settore pubblico, costituisse la ragione dell’avvenuta attribuzione del beneficio dell’equo indennizzo, mentre per aver diritto anche al risarcimento del danno biologico per violazione dell’art. 2087 c.c. il lavoratore avrebbe dovuto dimostrare a carico dei suoi superiori una “violazione connotata da notevole negligenza se non addirittura volontà di procurare danno”, non sussistente nel caso specifico.

La Cassazione Civile, Sez. Lav., con la Sentenza n. 93 del 4 gennaio 2018, ha espresso un diverso punto di vista.

Innanzitutto ha ribadito la differenza tra equo indennizzo e risarcimento del danno biologico: il diritto all’equo indennizzo deriva dalla mera esposizione a fattori di rischio insiti nella prestazione lavorativa, mentre ai fini del risarcimento del danno biologico occorre un inadempimento almeno colposo del datore di lavoro.

Per quanto riguarda il caso specifico, la Cassazione ha poi accertato la particolare gravosità del lavoro (frequenti trasferte, lunghi viaggi, necessità di dormire e mangiare fuori casa più volte nel corso della settimana, etc.) e il rapporto causa – effetto (almeno in termini concausali) tra l’affaticamento fisico e psichico derivante da tale lavoro e l’instaurarsi della patologia gastrica; quindi ha concluso che il Ministero non avesse adempiuto all’obbligo di adottare tutte quelle misure che, secondo la particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, si rendano necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori, come richiesto dall’art. 2087 c.c..

Riguardo alle obiezioni formulate nella sentenza di secondo grado relativamente alla carenza di personale negli uffici pubblici, la Cassazione, rinviando il giudizio alla Corte di Appello di Milano, ha formulato questo principio di diritto “In tema di responsabilità del datore di lavoro pubblico ex art. 2087 c.c. per l’eccessivo carico di lavoro imposto al lavoratore, ai fini della prova liberatoria, non è sufficiente l’allegazione generica della carenza di organico, costituendo l’organizzazione dei reparti, la consistenza degli organici e la predisposizione dei turni espressione ed attuazione concreta dell’assetto organizzativo adottato dalla datrice di lavoro. Il datore di lavoro pubblico ha l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici che siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, quali anche la possibilità di organizzare diversamente il lavoro”.

Delega di funzioni in materia ambientale: non solo per le grandi aziende

La delega di funzioni in materia ambientale è valida a prescindere dalle dimensioni e dalla complessità organizzativa dell’azienda: è sufficiente che l’atto di delega sia espresso, inequivoco e certo ed investa una persona tecnicamente capace, dotata delle necessarie cognizioni tecniche e dei relativi poteri decisionali e di intervento. Lo afferma la terza sezione della Cassazione Penale, con sentenza n. 52636 del 20 novembre 2017.

Il direttore tecnico di uno stabilimento, individuato dal Commissario straordinario della sua azienda come datore di lavoro in materia di tutela ambientale, era stato condannato a € 4.000,00 di ammenda per aver omesso di osservare le prescrizioni in materia di concentrazione di inquinanti imposte dall’autorizzazione integrata ambientale provinciale.

Il condannato si era difeso affermando di aver delegato tutte le attività relative all’osservanza dell’autorizzazione integrata ambientale a un suo sottoposto, ma il Tribunale non aveva ritenuto efficace tale delega, a causa della – presunta – ridotta complessità organizzativa dello stabilimento. A tale decisione si era opposto in Cassazione il direttore tecnico, sostenendo che lo stabilimento presentava una struttura organizzativa altamente complessa, dal momento che occupava circa 800 dipendenti dislocati su una superficie di quasi un milione di metri quadri.

La terza sezione della Cassazione Penale, con sentenza n. 52636 del 20 novembre 2017, ha accolto ricorso del direttore tecnico, non solo affermando che la complessità organizzativa dello stabilimento non era stata accuratamente valutata dal Tribunale, ma negando valore allo stesso criterio utilizzato nel giudizio di merito. Infatti, afferma la Cassazione “in tema di reati ambientali, non è più richiesto, per la validità e l’efficacia della delega di funzioni, che il trasferimento delle stesse sia reso necessario dalle dimensioni dell’impresa o, quanto meno, dalle esigenze organizzative della medesima, attesa l’esigenza di evitare asimmetrie con la disciplina in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la quale, a seguito della entrata in vigore dell’art. 16 del d.Lgs. n. 81 del 2008, non contempla più tra i requisiti richiesti per una delega valida ed efficace quello delle “necessità””.

Dopo aver definitivamente superato il criterio di validità della delega di funzioni, che la limitava alle aziende di dimensioni tali da giustificare la necessità di decentrare compiti e responsabilità, i giudici della Cassazione Penale hanno ribadito i criteri residui, validi sia in materia di sicurezza sul lavoro che in materia ambientale:  “gli obblighi di prevenzione, assicurazione e sorveglianza gravanti sul datore di lavoro possono essere delegati, con conseguente subentro del delegato nella posizione di garanzia che fa capo al delegante a condizione che il relativo atto di delega sia espresso, inequivoco e certo ed investa una persona tecnicamente capace, dotata delle necessarie cognizioni tecniche e dei relativi poteri decisionali e di intervento, fermo restando, comunque, l’obbligo per il datore di lavoro di vigilare e di controllare che il delegato usi correttamente la delega, secondo quanto la legge prescrive”.

Deposito temporaneo di rifiuti

Il mancato rispetto delle condizioni previste per il deposito temporaneo di rifiuti trasforma, automaticamente, l’attività oggetto del deposito in condotta a rilevanza penale. Lo dice la Corte di Cassazione.

La Cassazione penale, sez. III, con Sentenza n. 45739 depositata il 5 ottobre 2017 ha deciso il caso di una ditta di produzione di prefabbricati per mobili il cui amministratore unico era stato condannato dalla Corte d’Appello di Ancona alla pena di quattro mesi di arresto ed € 1.800,00 di ammenda per la realizzazione di un deposito incontrollato sul suolo di rifiuti in violazione all’art. 192, primo comma, del Dlgs 152/06. Nel deposito erano compresi anche rifiuti pericolosi, come tubi fluorescenti e altri rifiuti contenenti mercurio, monitor fuori uso, imballaggi contenenti residui di sostanze pericolose, ceneri di caldaia, il tutto sparso a terra intorno all’area della fabbrica ed esposto agli agenti atmosferici.

L’amministratore unico della ditta si era difeso affermando che nella sentenza della Corte d’Appello non si era tenuto conto del fatto che il deposito in questione rivestiva le caratteristiche di un deposito temporaneo, non superando i limiti quantitativi volumetrici previsti dall’art. 183, primo comma, lett. bb) del Dlgs 152/06. Inoltre contestava che non si era provato che la commistione dei rifiuti fosse avvenuta per un tempo superiore a quello consentito dal n.) 2 della lett. bb) dell’articolo 183 primo comma, ovvero al massimo, in caso di minime quantità, per più di un anno.

Nella sua sentenza la Corte di Cassazione ricorda i principi consolidati in materia;

  1. il produttore di rifiuti può alternativamente e facoltativamente adeguarsi al criterio quantitativo o a quello temporale, ovvero, può conservare i rifiuti per non più di tre mesi in qualsiasi quantità, oppure possa può per un anno purché non raggiungano, anche con riferimento ai rifiuti pericolosi, i limiti volumetrici previsti dalla norma di riferimento (art. 183, primo comma, lett. bb) del Dlgs 152/06),
  2. l’inosservanza anche di una sola delle condizioni previste e imposte per il deposito temporaneo trasforma, automaticamente, l’attività oggetto del deposito in illecita gestione dei rifiuti o in abbandono degli stessi, e pertanto, in una condotta a rilevanza penale.

Con riferimento al caso concreto la sentenza afferma che fosse onere dell’imputato dimostrare la temporaneità della conservazione dei rifiuti, o, in altri termini, la prova di non superamento dei limiti temporali previsti dalla norma, e conclude affermando che era “quantomeno, verosimile che tra il 2011 e il 2013 – come osservato correttamente dalla Corte d’appello – l’imputato non abbia effettuato conferimento di ulteriori rifiuti, e pertanto, che i rifiuti (anche di natura pericolosa), oggetto dell’odierno processo, siano rimasti per ben più di un anno sul terreno”. Con ciò la Corte di Cassazione ha confermato la condanna della Corte d’Appello di Ancona.

L’uso di sostanze stupefacenti non basta a motivare il licenziamento

Questo è quanto stabilito dalla recente sentenza del Tribunale di Milano in merito ad accertamenti sanitari del medico competente per verificare l’assenza di condizioni di alcol dipendenza e di assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti.

Nel luglio del 2016 un lavoratore  è stato invitato dalla sua azienda “all’esecuzione, il giorno successivo, di un accertamento medico teso a verificare l’assenza di alcooldipendenze e tossicodipendenze, all’esito del quale il lavoratore veniva rinvenuto positivo al metabolita THC (cannabis) e, conseguentemente, dichiarato temporaneamente inidoneo allo svolgimento della mansione di Conducente Gomma per poi essere destituito dal servizio.”

Nella lettera di contestazione, recapitata al lavoratore prima del licenziamento, si legge che questi: “il giorno…2016 alle ore… veniva sottoposto agli accertamenti tossicologici periodici prescritti dalla Legge per le mansioni cd a rischio, ai sensi di quanto previsto dall’art. 41 del d.lgs. 81/2008, presso la struttura sanitaria di riferimento […]. L’esito degli esami effettuati, a noi pervenuto in data …2016, è risultato positivo e pertanto le contestiamo l’uso di droghe, sostanze psicotrope e/o stupefacenti. Le contestiamo, inoltre, che con tale comportamento, cui è seguito necessariamente il giudizio di inidoneità alla mansione formulato da Medico competente, Lei ha reso impossibile lo svolgimento dette mansioni proprie della figura professionale a Lei attribuita”.

Secondo la sentenza del Tribunale di Milano, Sezione Lavoro, 13 giugno 2017 n.15954, “la pregressa assunzione di stupefacente” non rende legittimo il provvedimento di destituzione dal servizio del ricorrente e perciò la Corte ha condannato l’azienda alla immediata reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro ed al pagamento, in favore dello stesso, di un’indennità risarcitoria.

Se anche chi non è addentro le meccaniche giuridiche può facilmente comprendere la motivazione che spinge la Corte a chiedere la reintegrazione sul posto di lavoro, è certamente meno intuitiva quella della richiesta di risarcimento. Essa infatti appare chiara solo ricordando come fa il Giudice che:

1) “la materia degli accertamenti sanitari atti a verificare l’assenza di tossicodipendenza e di assunzione di droghe, sostanze stupefacenti e psicotrope è regolata dai provvedimenti della Conferenza Unificata Stato Regioni nn. 99/2007 e 178/2008 e dalla Circolare Regione Lombardia del 22/01/2009 […] nei quali si annoverano, tra le mansioni che comportano rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute propria o dei terzi, anche in riferimento ad un’assunzione solo sporadica di stupefacenti, quelle inerenti alle attività di trasporto, con conseguente necessità di sottoposizione dei lavoratori a test, eventualmente senza preavviso, ed a monitoraggi periodici in capo di esito positivo.”

2) “in caso di accertamento di “stato di tossicodipendenza il datore di lavoro, ai sensi dell’art.125 3° co., d.p.r. n.309/1990 è tenuto a rimuovere il lavoratore dall’espletamento della mansione che comporta rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute di terzi.

3) Quanto alle conseguenze sul rapporto di lavoro, in relazione ad uno stato di tossicodipendenza accertato, l’art.9 della Conferenza Unificata prevede redibizione del lavoratore a mansioni diverse da quelle a rischio, fermo il diritto alla conservazione del posto ove il lavoratore si sottoponga a cure riabilitative, per un periodo non superiore ai tre anni ai sensi dell’art 124 d.p.r. cit..”

4) “nel caso di assunzione volontaria di droghe in assenza di tossicodipendenza, non è prevista alcuna norma legislativa che preservi la posizione di lavoro, prevedendosi esclusivamente un’inidoneità temporanea alla mansione a rischio, rimettendo la valutazione della eventuale rilevanza disciplinare al datore di lavoro. 

5) L’art. 45 all.A) R.D. n.148/1931, richiamato nell’opinamento di destituzione dal servizio del… punisce chi, “durante il servizio, in funzioni attinenti alla sicurezza dell’esercizio, è trovato in istato di ubriachezza; o chi, anche se non addetto a tali funzioni, venga trovato abitualmente in istato di ubriachezza’’, disposizione, ad opinione del giudicante, applicabile per analogia alle alterazioni psicofisiche determinate dalla volontaria assunzione di sostanze stupefacenti. Pertanto “non può ritenersi disciplinarmente rilevante il mero rilievo della pregressa assunzione di sostanze psicotrope, sia pure riferito a lavoratore adibito a mansioni a rischio, in assenza di dimostrazione, attuale o presuntiva, dell’esistenza di una concreta alterazione psicofìsica atta a determinare il rischio per l’incolumità, propria o altrui, in relazione alla tipologia delle mansioni assegnate.”

6) Laddove venga accertata la mera presenza del metabolita THC nelle urine al di sopra del limite di cut off, […]potenzialmente risalente ad un momento ben antecedente rispetto alla prestazione lavorativa, la sanzione della destituzione dal servizio risulta accedere ad un contegno al quale non può ascriversi rilevanza disciplinare per la natura del tutto astratta e presuntiva dell’interferenza con lo svolgimento delle mansioni e, per traslato, della determinazione del rischio a carico della collettività.”

Stabilita l’illiceità di qualsiasi giudizio che presuma l’inidoneità al lavoro senza provarla, il Tribunale stabilisce non soltanto che il licenziamento è illegittimo ma applica “ l’art.18 4° comma, l.300/1970, che sancisce il diritto del lavoratore alla tutela reintegratoria cd attenuata, ed al pagamento di una indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto, pari ad €… dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, nella misura massima di dodici mensilità, nonché al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali calcolati dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione. La regolamentazione delle spese di lite segue la regola della soccombenza […]”.

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